Chiesa viva
PAOLO VI: NON “GRANDE”,
MA AMBIGUO DEMOLITORE DELLA CHIESA
del sac. dott. Luigi Villa
La sera del 15 settembre 2004, a Concesio di Brescia, all’inaugurazione della “Quinta Settimana Montiniana”, l’ex-Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, parlando nel salone delle scuoleMedie in quel di S. Andrea, disse che «più passa il tempo, più la sua figura (Paolo VI) ingigantisce e diventa luminosa». E anche: «Paolo VI, uomo che Dio ha voluto rendere “grande”»!
Sono frasi che suonano campane a festa, mentre le mie che seguiranno, non lo potranno sottolineare tale, ma bensì di un basso livello che ha umiliato paurosamente la figura santa della Chiesa di Cristo!
Vediamone in sintesi alcuni temi del suo Pontificato.
1°: La santità della Chiesa
La Chiesa è santa perché possiede la “VERITà RIVELATA”, in modo infallibile e indefettibile.
La Chiesa è santa perché possiede l’EUCARESTIA, santificante.Tutti i Sacramenti sono una derivazione dell’Eucarestia.
La santità della Chiesa, quindi, si rivela anche nella santità dei suoi membri che vivono in “Grazia”, membra vive, quindi, del Corpo Mistico.
Una evidenza di questo l’abbiamo soprattutto nei membri canonizzati, che non mancarono mai in Essa, neppure nei tempi più bui della sua storia; come, ad esempio, nei tempi depravati del Papato si ebbe Santa Caterina da Bologna († 1464), S. Bernardino da Feltre († 1494), Santa Caterina dei Fieschi († 1510), S. Francesco da Paola († 1507), Santa Giovanna di Valois († 1503), (S.) Girolamo Savanarola, riformatore (†1498), ecc..
Paolo VI, però, facendo confusione tra elemento oggettivo e soggettivo, ebbe a dire: «La storia della Chiesa ha lunghe e molte pagine punto edificanti»1;
e ancora: «La Chiesa dovrebbe essere santa, buona; dovrebbe essere come l’ha pensata e ideata Cristo, e talora vediamo che non è degna di questo titolo»2.
Paolo VI, non sapeva che è la Chiesa santa, che fa i cristiani santi, per cui come poté dire, invece, che “la Chiesa dovrebbe essere santa, buona”?.. Forse che la Chiesa, oggi, non è più santa perché ci sono tanti cristiani tutt’altro che santi?..
2°: La cattolicità nella Chiesa
Paolo VI, il 24 dicembre 1965 aveva scritto: «La Chiesa, con il suo dogmatismo così esigente, così qualificante, impedisce la libera conversazione e la concordia tra gli uomini; essa è, nel mondo, un princìpio di divisione, anziché d’unione. Ora, la divisione, la discordia, la contesa, come sono compatibili con la sua cattolicità e santità?».
A questi, Paolo VI ha risposto dicendo, sì, che il cattolicesimo è un principio di distinzione tra gli uomini, non di divisione; cioè «è come quella che importano la lingua, la cultura, l’arte, la professione», ma poi si è corretto: «È, vero - disse - che il cristianesimo può essere motivo di separazione e di contrasti, derivanti da ciò che di bene conferisce all’umanità; la luce splende nelle tenebre e diversifica così le zone dello spazio umano. Ma non è suo genio lottare contro gli uomini, ma se mai per gli uomini».
Anche qui, Paolo VI sbaglia, perché non si può equiparare la varietà delle lingue, della cultura, dell’arte, dei mestieri, della professione, con la varietà delle religioni, perché è un abbassare la religione - il supremo dei valori! - al piano dei valori umani, i quali non sono mai assoluti, mentre la religione vera è assoluta. Comunque, la “distinzione” non elimina l’elemento contraddittorio, quale si trova nei valori umani.
Errato è anche il suo passaggio dall’ordine della Fede col suo dogmatismo esigente e qualificante, all’ordine della “libertà”, al “rispetto”, cioè, “di quanto c’è di vero e di onesto in ogni religione e in ogni umana opinione, nell’intento specialmente di promuovere la concordia civile e la collaborazione in ogni sorta di buone attività”.
Paolo VI, quindi, non fa più la “religione” come il princìpio di unione tra gli uomini, ma bensì la “libertà”, lasciando, così, ancora vero che il cattolicesimo sia princìpio di divisione. Paolo VI, quindi, dimentica che Cristo fu annunciato come“bersaglio di contraddizione” (Lc. 2, 34), e che la vita della Chiesa e del cristiano, perciò, non può essere che una “milizia”3, un “combattimento”.
3°: L’unità della Chiesa post-conciliare
In un suo discorso del 30 agosto 1973, Paolo VI piange sulla divisione e sulla disgregazione che purtroppo si incontra, ora, in non pochi “ceti della Chiesa”; e continua dicendo che «la ricomposizione dell’unità spirituale e reale all’interno della Chiesa è, oggi, uno dei più gravi e più urgenti problemi della Chiesa».
Sono accenni a “scismi”, né dichiarati né sconfessati... «Si vorrebbe da costoro legalizzare, con ogni pretesa tolleranza, la propria appartenenza alla Chiesa, abolendo ogni ipotesi di scisma e di auto-scomunica».
Su questo problema, Paolo VI vi ritorna il 20 novembre 1976, parlando della situazione «dei figli della Chiesa, i quali, senza dichiarare una loro rottura canonica ufficiale con la Chiesa, sono tuttavia in uno stato anormale nei suoi riguardi».
È uno strano parlare, perché tocca alla Chiesa dichiarare se sono fuori della Chiesa o no, e non a loro!.. E perché non accusa la sfera gerarchica, non meno inquinata, per aver acconsentito alla formazione di gruppi isolati e auto-cefali in forme di vere sètte?..
La disunione, quindi, Paolo VI doveva vederla nel “pluralismo” che ha permesso ad ogni imbecille di mettersi alla pari dei grandi Padri e Dottori della Chiesa, ben assai superiori per intelligenza, cultura e Grazia!..
4°: La Chiesa disunita nella Gerarchia
È un fatto visibile, ormai, che con Paolo VI e il Vaticano II è entrata nella Chiesa la “disunione”, anche tra la Gerarchia. Su la “Voce evangelica” (settembre 1971), organo protestante in lingua italiana, in Svizzera, si leggeva: «In realtà, non ci troviamo più di fronte a un cattolicesimo, ma a diversi tipi di cattolicesimo». Una frase analoga la disse anche il Vescovo olandese Mons. Gijsen, riferendosi appunto al pluralismo esistente nella Chiesa olandese, per cui i Vescovi di quella Nazione pretendevano che la Chiesa Romana fosse alla pari di quella olandese, negando, così, il Primato di Pietro e suoi successori.
Mentre la Chiesa di Roma, prima del Vaticano II, aveva sempre combattuto il pluralismo protestante,ora, invece, l’ammette anche nella Chiesa Romana. Facciamone qualche esempio:
– nel 1974, il Sinodo di Wûrzburg emanò, come suoi, dei postulati circa la sacramentalità dei divorziati bigami e la partecipazione degli eterodossi all’Eucarestia, ma furono sconfessati dall’episcopato germanico, mentre, invece, quelli svizzero, l’approvavano!.. Ecco un effetto della inventata “Collegialità”, la quale, deliberando a maggioranza, toglie ogni autorità ai singoli Vescovi in minoranza, senza che nessuno sappia il perché e donde venga l’obbligo di sottometterei, per cui ciascun vescovo può giudicare tutto: la Conferenza, gli altri Vescovi e tutte le altre Conferenze!
– Mons. Arceo,vescovo di Guernevaca, sostenne che il marxismo era una componente necessaria al cristianesimo; ma venne sconfessato dalla Conferenza episcopale del Messico4.
– Mons. Simonis,vescovo di Rotterdam (Olanda), abbandonò la Sessione del Terzo Colloquio Pastorale Olandese”, perché gli altri vescovi sostenevano la proposta di ordinare uomini sposati e donne5.
– Il card. Dôpfner concesse la Basilica monacense di S. Bonifacio per rappresentarvi “Ave Eva oder del Fall Maria”, un vero vituperio alla Madonna!.. Subitamente, Mons. Graber lo biasimò e protestò pubblicamente!..
– Mons. Gijsen,vescovo di Roermond, si separò dal resto dell’episcopato olandese, istituendo un suo Seminario con indirizzo tradizionale, perché si rifiutava di aderire alla nuova pedagogia per la formazione (?) dei seminaristi. Subito, però, Mons. Ernst, vescovo di Breda, lo smentì e Mons. Groot scrisse che l’insegnamento di Mons. Simonis “est carrément en opposition avec l’inseignement du Vaticano II6...
– Mentre i Vescovi Italiani erano per l’incompatibilità dei cristiani ad aderire al comunismo, i Vescovi francesi, invece, decisero di “donner liberté aux mouvements de faire les options politiques qu’ils désirent”7.
E via dicendo!..
5°: Lo scisma olandese
È ormai nota la disastrosa situazione della Chiesa olandese, fino a mettere in dubbio l’autorità del Papa se esercitata non collegialmente8.
E la Collegialità, in Olanda, fu davvero il crollo di quella Chiesa!
Nel Consiglio pastorale olandese, infatti, composto di tutti i ceti della Chiesa, nove su dieci votarono per l’abolizione del celibato del clero;per il diritto delle donne agli Ordini sacri; per la partecipazione deliberativa dei Vescovi ai decreti del Papa, e del laici ai decreti dei Vescovi!
Purtroppo, Paolo VI, davanti a questa frana gravissima in seno alla Chiesa, pur vedendone i guasti e gli errori, scrisse semplicemente una“Lettera”9 senza ricorrere, invece, ad applicare né bisturi, né medicine adatte a risanare. Vi scriveva: «(Il Papa) non può nascondere che certi progetti, ammessi dall’episcopato come base di discussione, e certe affermazioni dottrinali che vi figurano, lo lasciano perplesso e gli sembrano meritare serie riserve».
E poi, esprime «fondate riserve circa il criterio di rappresentatività dei cattolici olandesi a questa assemblea»; e che è “profondamente impressionato” dal fatto che il Vaticano II vi è “rarissimamente citato”, e che i pensieri e progetti dell’assemblea olandese «non sembrano appunto armonizzare con gli atti conciliari e papali. In particolare, la missione della Chiesa vi è rappresentata come puramente terrestre; il ministero sacerdotale come un officio conferito dalla comunità; il sacerdozio dissociato dal celibato e attribuito alle femmine, e non si fa parola del Papa che per minimizzare la sua carica e i suoi poteri confidatigli da Cristo».
Ebbene, di fronte a questi errori, Paolo VI si mostra inferiore a loro, dicendo: «Notre rèsponsabilité de Pasteur de l’Eglise universelle, Nous oblige à vous demander, en toute frachise: que pensez-vous que Nous puissons faire pur vous aider, pour renforcer votre autorité (?!), pour vous permettre de surmonter les difficultés présentés de l’Eglise an Olande?».
Incredibile! Paolo VI, invece di obbligare i Vescovi a riaffermare Loro stessi la Fede della Chiesa su quei punti di dottrina, offre, invece, il Suo “servizio” per aiutarli a rinforzare la loro autorità, disconoscendo, così, la Sua autorità che pur valeva per tutta la Chiesa universale! Così pure è inspiegabile che si confortidicendosi “collaborato dall’appoggio di tanti (?) fratelli (!!) dell’episcopato”, mentre avrebbe dovuto dire “datutti”!
Questa Sua debolezza (o “tattica”!) la manifestò anche dopo, quando il card. Alfrink, riferendosi ai punti contestati dal Papa, al “Corriere della sera”dichiarava che la questione non doveva essere risolta da una autorità centrale (Roma - il Papa!), ma, secondo il princìpio della“collegialità”, cioè dal collegio episcopale di tutto il mondo, di cui è capo il Papa, ignorando (?!) che la collegialità è solo “consultiva”!
Quando, poi, Paolo VI disse che «uno scisma si può avere solo in materia di fede», esternava la sua ignoranza teologica, perché scambiava la parola “scisma” con quella di “eresia”, come ha sempre insegnato la Chiesa. S. Tommaso d’Aquino, il sommo teologo della Chiesa, ha insegnato e scritto che lo “scisma” è un peccato contro la carità, mentre l’eresia è un peccato gravissimo contro la Fede!10
Ora, questo franare del dogma,questo non più usare il “comando”, è un’autentica rinuncia all’autorità, la quale, invece, deve avere una funzione necessaria e anche costitutiva di ogni società, composta di vari voleri, ma che devono essere unificati, non in senso “ad unum” di tutto, ma di coordinamento delle varie libertà, sulle quali prescrivere i mezzi per conseguirne le mete. Questo è il “Governo”!
Ma Paolo VI annullò (?!) questo officio pontificale,introducendo, al posto del “governo”, la “monizione”, che restringe la legge precettiva, allargando anche la “legge direttiva”, non ammettendo obbligazioni di sorta!
Anche questo fu un “tradimento” di Paolo VI sulla direzione della Chiesa! Per qualcuno, questo snervamento di governo di Paolo VI fu dovuto alla sua indole, come la si può arguire anche dal Suo “Diario intimo”,e come la confidò al Sacro Collegio nel discorso del 22 giugno 1972, per il IX anniversario della sua elevazione a Sommo Pontefice. Disse: «Forse, il Signore mi ha chiamato a questo servizio non già perché io vi abbia qualche attitudine, o perché governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché soffra qualche cosa per la Chiesa e sia chiaro che Egli, non altri, la guidi e la salvi»!11
Ma questo ragionare di Paolo VI è sconosciuto in tutta la storia della Chiesa ed è fuori dalla linea teologica, la quale insegna che Pietro, insignito da Cristo stesso a pilotare (= governare) la nave della Chiesa, non poteva atteggiarsi a pavido Pastore del gregge a Lui affidato. L’ufficio papale, infatti, esige opera e governo con regole precettive e non con sole regole direttive che non condannano.
Il Suo comportamento abnorme, invece, come Papa, lo si può rilevare anche nella lettera all’arcivescovo Lefèbvre, in cui riconosce, sì, la grave situazione della Chiesa per la caduta della Fede, per le deviazioni dogmatiche, per la non più ubbidienza alla Gerarchia, e riconosce anche che tocca al Papa “individuare ed emendare”quelle deviazioni, e dice anche che «in realtà, Noi non abbiamo, né in alcun modo tralasciato di manifestare la Nostra sollecitudine nel conservare nella Chiesa l’autentica Tradizione»12, mentre, invece, questo non è vero, perché nei suoi atti di governo non ha mai usato la potestà iussiva ed obbligante, per cui, in pratica, i suoi pronunciamenti furono solo delle enunciazioni teoriche e, quindi inutili! In realtà, il concetto di autorità e di obbedienza fu sostituito con quello di libertà e di opinabilità.
Questo stile di “brevatio manus Domini” ebbe origine dal discorso inaugurale del Vaticano II, in cui rinunciò al metodo della condanna dell’errore, e che Lui praticò per tutto il suo Pontificato. Infatti, mai condannò i falsificatori del dogma, sempre tollerando le situazioni scismatiche, più o meno dissimulate e tollerate.
Lo si vede chiaramente anche nella Sua solenne “Esortazione Apostolica Paterna” dell’8 dicembre 1974, in cui denuncia, sì, quelli che “tentano di abbattere la Chiesa dal di dentro”; denuncia, sì, il rifiuto di obbedienza all’autorità; deplora, sì, il “pluralismo teologico” che va contro il Magistero; protesta, sì, “adversus talem agendi modum perfidum”; rivendica, sì, a Sé quell’autorità episcopale che rivendicò a sé il Crisostomo: «finché sediamo, benché indegni, su questo seggio, presiediamo alla Chiesa, abbiamo l’autorità e il potere»,ma poi finisce con un “monitorio” come se Egli non ne fosse il giudice!
Proprio come disse un Arcivescovo francese: «Aujourd’hui, l’Eglise n’a plus à inseigner, à condanner, mais à aider les hommes à vivre et à s’épanouir»13.
La “contestazione” d’oggi è ancora su questa linea errata del Governo Pontificale, insegnato e voluto da Paolo VI, anti-storico e anti-teologico.
Da questo sfasamento montiniano, abbiamo, ormai, degli episcopati che prendono posizioni non sempre attinenti ai documenti pontifici, come pure lo fanno i teologi e i laici in contestazione, azzerando, così, l’autorità stessa del Pontificato!
NOTE
1 Cfr. “L’Osservatore Romano” del 5 giugno 1972.
2 Cfr. “L’Osservatore Romano” del 28 febbraio 1972.
3 Cfr. “Militia est vita hominis super terram”
4 Cfr. “Der Fels”, agosto 1978, p. 252.
5 Cfr. “Das neue Volk”, 1978, n. 47.
6 Cfr. “Informations catholiques Internationales”, 1974, n° 449 p. 27.
7 Cfr. “Informations catholiques Internationales”, 1975, n° 492, p. 7.
8 Cfr. Ma furono interi cleri diocesani che rifiutarono il Vescovo eletto da Roma, come, ad esempio, a Botucatù, nel Brasile. Anche a Friburgo (Svizzera) la nomina di Mons. Mamie ad Ausiliare di Mons. Carrière, suscitò una forte opposizione del clero (Cfr. “Corriere della sera”, 21 agosto 1968).
9 Cfr. “L’Osservatore Romano” del 13 gennaio 1970.
10 Cfr. Summa Teologica, II, II, qq. 11 e 39.
11 Cfr. È proprio il contrario, questo parlare di Paolo VI, a quello di Papa Giovanni che, sul letto di morte, ebbe a dire al suo medico: «Un Papa muore di notte, perché di giorno governa la Chiesa!».
12 Cfr. “Courrier de Rome”, n. 137, 5 dicembre 1974, p. 7.
13 Ibidem.